L'addio di Fabrizio Barsacchi: domenica sarà una giornata speciale

Fabrizio Barsacchi col figlio Nicolò
Fabrizio Barsacchi col figlio Nicolò
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Ventitre anni di calcio e mille e più storie da raccontare. Questo è Fabrizio Barsacchi, uno che di quel numero 6, stampato sulla sua maglia, qualunque colore avesse in quel periodo, ne ha fatto quasi una bandiera. Lasciando il segno, in qualunque società abbia militato. Domenica, contro l'Ortonovo, il suo Molassana giocherà l'ultima partita casalinga della stagione e sarà l'occasione perfetta per festeggiare non solo la vittoria del campionato ma anche la fine della sua carriera da calciatore, con il saluto davanti ai tifosi del Molassana. Anche se - come si suol dire - quando si chiude una porta, spesso si apre un portone.

Fabrizio, che ricordi hai del tuo esordio con la prima squadra? Intanto, di che anno parliamo?

«Ho esordito nel 1994 a Rosignano Solvay, in provincia di Livorno, con la maglia dell'allora Juventus Lari, quella che poi qualche anno dopo diventò il Perignano. Il ricordo più divertente è che entrai in campo al posto di un mio compagno che si era fatto male dopo pochi minuti, quindici o venti al massimo. Io partivo dalla panchina e fra l'altro eravamo pochissimi quel giorno, non ricordo perché. Comunque entrai e, alla prima palla toccata, mi presi subito un cartellino giallo, regalando agli avversari una punizione pericolosissima dal limite della nostra area. Esattamente quello che oggi non vorrei mai che facesse un mio compagno appena entrato. La classica bischerata di gioventù...».

In questi 23 anni di calcio, c'è una partita che ti è proprio rimasta nel cuore?

«Ce ne sono tante e adesso sceglierne una sola non è facile. Magari quella del 2010 contro il Baiardo, quando giocavo nella Polis. Fra l'altro, l'allenatore di quel Baiardo era proprio Corrado Schiazza. Segnai una doppietta su punizione e raggiunsi i dieci gol in campionato che, per un centrocampista come me, sono davvero tanta roba. Sfogliano l'album dei ricordi, poi, c'è senza dubbio lo spareggio salvezza in Eccellenza Certaldo-Perignano sul campo neutro di Ponte a Egola, vicino San Miniato. Era il 2000 ed io ero militare. Riuscii a fare appena una settimana di allenamenti prima della partita e pensavo non avrei giocato o che al massimo sarei entrato nel secondo tempo. Invece, prima della partita il mister mi si avvicinò e mi disse "Queste sono partite nelle quali uno come te non può non giocare". Praticamente, chi vinceva evitava i playout e quel giorno vincemmo 4-1, io giocai una grande partita e ci salvammo. Mi ricordo ancora la bellissima cornice di pubblico, il tifo e lo spettacolo sulle tribune. Che emozione».

Ce n'è invece una che vorresti proprio poter rigiocare? Una che proprio non ti è andata giù?

«Parliamo sempre del 2010, sempre con la maglia della Polis, contro l'Albaro. Loro non si giocavano più nulla mentre per noi era importante vincere per accedere direttamente ai playoff. Ricordò che finì 1-1, non senza anche qualche polemica. Ecco, quella la vorrei proprio rigiocare, se potessi».

Quella tua maglia numero 6 è legata a qualcosa in particolare?

«Niente di particolare. Ho sempre giocato con quella maglia. anche se devo dire che spesso mi è capitato di chiedere, come prima cosa dopo aver trovato l'accordo con una società, di poter prendere il 6. Sempre se non era già occupata, ovviamente. E comunque alcuni fra i più grandi giocatori della storia del calcio l'hanno indossata: Beckenbauer, Baresi, Scirea, Signorini, fino ad arrivare a Xavi».

In campo, sei sempre stato un giocatore "rompiscatole": esigente con i compagni e battagliero con qualunque avversario. Ti è mai pesata quest'etichetta?

«E' vero, in campo sono sempre stato molto esigente con tutti i miei compagni, però posso dire che chiunque ha giocato con me mi vuole bene ancora oggi. Forse perché io ho sempre cercato di essere un leader carismatico, un trascinatore per la mia squadra. Ma soprattutto perché in campo, a qualunque livello e in qualunque squadra, i miei compagni per me sono sempre stati sacri. Per loro avrei dato tutto quello che avevo e li ho sempre considerati i più forti di tutti. E questo anche con gli allenatori. Magari questo, specie per qualche giovane, oggi può sembrare un po' "vecchio stampo", ma io mi ricordo ancora i ceffoni presi dai miei compagni esperti, quando ero io quello giovane. Oggi ovviamente non è più così "manesco" questo rapporto, ma lo spirito che ti porta a spronare i giovani è comunque lo stesso. Con gli avversari, invece, sono sempre stato un giocatore "antipatico", anche se devo dire che, specie oggi che smetto, ho ricevuto tantissime attestazioni di stima, anche da parte di giocatori che ho sempre affrontato da avversari, anche avversari tosti. Questo mi ha fatto capire che nella mia carriera ho saputo anche essere un giocatore rispettato. Forse perché al fischio finale sono sempre stato corretto: antipatico nei 90' della partita ma leale al fischio finale. Anche con calciatori dello spezzino, con i quali c'è un pizzico di rivalità in più visto che io sono pisano. Tutti questi complimenti e apprezzamenti mi hanno regalato davvero tanta gratificazione».

Per la tua carriera da allenatore, hai scelto di iniziare dai più piccoli con la leva d'ingresso del Molassana.

«A dire il vero, i miei primi passi da allenatore li avevo mossi anni fa nella Nuova San Fruttuoso, un anno in cui avevo tempo a disposizione e anche lì avevo iniziato a seguire le leve dei più piccolini. Ragazzi fra l'altro contro i quali oggi mi sono ritrovato anche a giocare, come Bagnato a Fezzano, Romei nell'Albaro, Gulli nel Baiardo e anche il figlio di Massimo Zamana. L'esperienza qui al Molassana, invece, è nata quasi per caso ed è legata ai primi passi, nel calcio, di mio figlio Nicolò. Avevano allestito la squadra ma non c'era ancora chi la seguisse e così, dopo i primi allenamenti, il presidente Franini mi ha chiesto se ero disposto ad occuparmene. E devo dire che è un'esperienza che mi sta regalano tante belle emozioni».

Domenica sarà sicuramente una partita speciale e molto emozionante per te. Hai qualche dedica speciale per questo momento così particolare?

«Credo che l'unica dedica che è doveroso fare da parte mia è quella alla mia famiglia. Quella dei miei inizi, cioè la mia mamma e il mio babbo, e quella con cui ho proseguito il mio cammino e che ho costruito insieme a mia moglie. Nella prima parte della mia carriera, i miei genitori mi hanno sempre seguito. Ricordo una volta, ero arrivato da poco a Genova e giocavo nel San Cipriano in Eccellenza. Stavo passeggiando con la squadra sul lungomare di Ventimiglia, come spesso si fa dopo pranzo prima della partita e lì, da lontano, vedo i miei genitori che erano venuti fin là, a sorpresa, per vedermi giocare. Fino a Ventimiglia! Poi ovviamente l'altra metà di questa dedica va a mia moglie, alla quale in questi anni ho comunque sottratto del tempo e, nonostante questo, lei mi ha sempre seguito e incoraggiato, mi ha sempre aspettato alla sera per cenare insieme dopo l'allenamento e non mi ha mai fatto mancare una parola di conforto se magari tornavo arrabbiato dopo una sconfitta o un complimento se tornavo dopo un bel risultato. La dedica è per loro perché sono convinto che nel calcio, come in tutte le cose, puoi riuscire solo se, alla serenità interiore, affianchi anche la serenità con le persone che ti circondano e che ti stanno più vicine. Solo se hai intorno una famiglia serena puoi riuscire ad arrivare ai tuoi obiettivi, a qualunque livello tu competa».

Marco Innocenti